
In Italia crollo del potere d’acquisto negli ultimi 20 anni (per quasi tutte le fasce d’età). Così il nostro paese è diventato povero
Negli ultimi vent’anni l’Italia ha vissuto una lenta ma profonda erosione del potere d’acquisto delle famiglie. I numeri raccontano una storia impietosa: mentre in Europa i redditi reali sono cresciuti in media del 22% dall’inizio del millennio, nel nostro Paese si è registrato un arretramento di circa il 4%, che diventa ancora più marcato se il confronto parte dal 2004, con una perdita stimata tra l’8 e il 10%. Un dato che colloca l’Italia agli ultimi posti nel continente.
Il nodo centrale è quello dei salari.
Nel 2024 il reddito da lavoro risulta inferiore del 7,3% rispetto a vent’anni fa, e tra il 2019 e il 2024 la perdita dei salari reali supera il 10%. L’inflazione, tornata a correre soprattutto dopo la pandemia, ha fatto il resto: l’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime ha ridotto drasticamente la capacità di spesa, senza che gli stipendi riuscissero a tenere il passo.
A pesare sono state anche le crisi economiche che si sono succedute, affrontate dall’Italia in condizioni più fragili rispetto ad altri Paesi europei. Bassa produttività, crescita debole e un’elevata pressione fiscale hanno contribuito a comprimere i redditi, aggravando una stagnazione che dura da decenni.
Le conseguenze sociali sono evidenti. La ricchezza delle famiglie si è assottigliata e i consumi sono diventati sempre più cauti. Nel 2024 quasi un quarto della popolazione risulta a rischio povertà o esclusione sociale. Inoltre, la crescita dell’occupazione non ha beneficiato tutti allo stesso modo: riguarda soprattutto lavoratori più istruiti e over 50, ampliando le disuguaglianze generazionali e sociali.
Il 2025 offre segnali contrastanti. Da un lato si registra un aumento della ricchezza finanziaria e un miglioramento dei livelli occupazionali, dall’altro i salari reali restano lontani dai valori pre-crisi. Per invertire davvero la rotta, secondo gli economisti, non basteranno misure tampone: serviranno interventi strutturali su produttività, salari, concorrenza e una lotta più efficace all’evasione fiscale. Senza un cambio di passo, il rischio è che l’impoverimento continui a essere la cifra silenziosa dell’Italia che lavora.