
Attaccare l’Iran è come attaccare la Cina – Ecco come risponderà Pechino alla nuova guerra di Usa e Israele. L’analisi
L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non è solo un capitolo della crisi mediorientale: secondo molte analisi, rappresenta anche un messaggio diretto alla Cina. Se per Israele l’obiettivo è ridimensionare un rivale strategico e consolidare la propria supremazia regionale, per Washington il bersaglio indiretto è Pechino, legata a Teheran da accordi energetici, infrastrutturali e finanziari.
Le immagini di una scuola distrutta a Minab, con decine di vittime civili, hanno incrinato la narrazione di un intervento “chirurgico”. Il regime iraniano resta autoritario e repressivo, ma la storia recente – dall’Iraq del 2003 al precedente iraniano del 1953 – mostra che i cambi di regime imposti dall’esterno raramente producono stabilità. Oggi però la partita è più ampia: colpire Teheran significa mettere a rischio investimenti e corridoi strategici inseriti nella proiezione globale cinese, dalla Nuova Via della Seta alle forniture energetiche.
Il nodo cruciale è lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita oltre un quinto del petrolio mondiale. La Cina importa dall’Iran circa 1,3 milioni di barili al giorno a prezzi scontati: un’interruzione, insieme all’aumento del Brent, comporterebbe costi miliardari. A ciò si aggiunge la minaccia americana di dazi verso i partner di Teheran, in un momento in cui Pechino esporta negli USA centinaia di miliardi di dollari l’anno. La pressione è dunque economica prima ancora che militare.
La Cina, membro con l’Iran della Shanghai Cooperation Organisation, non ha obblighi di difesa automatica. La sua dottrina si fonda sulla non interferenza diretta, ma la posta in gioco – sicurezza energetica, validità dei contratti, credibilità geopolitica – la costringe a muoversi. Un intervento armato contro gli USA sarebbe impensabile; restare immobile significherebbe accettare la vulnerabilità dei propri partner.
Le opzioni intermedie sono molteplici: sostegno tecnologico e militare indiretto per rafforzare la deterrenza iraniana; cooperazione cyber per proteggere reti e infrastrutture; utilizzo del sistema satellitare BeiDou come alternativa al GPS; intensificazione della presenza navale “a tutela delle rotte” nell’Oceano Indiano. Sul piano diplomatico, Pechino può ricorrere al veto in sede ONU e aumentare il costo reputazionale dell’intervento occidentale.
Il dilemma di Xi Jinping è strategico: difendere l’alleato senza scivolare in uno scontro frontale con Washington. In filigrana c’è anche Taiwan e l’equilibrio nel Pacifico. Accettare passivamente l’erosione di un partner significherebbe ammettere che accordi e investimenti cinesi possono essere cancellati da un cambio di regime sostenuto dall’esterno.
La crisi, quindi, supera il Medio Oriente. Ridefinisce equilibri globali, mette alla prova la tenuta del diritto internazionale e interroga anche l’Europa, esposta agli shock energetici e commerciali. In un mondo interconnesso, colpire l’Iran non è solo un atto regionale: è una mossa che tocca direttamente Pechino e, con essa, l’architettura stessa della competizione tra grandi potenze.