Economia

22/11/2022

Ansia, attacchi di panico, disturbi mentali – Dilagano i casi in Italia, fra le partita IVA

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Ansia, attacchi di panico, disturbi mentali? Dilagano i casi in Italia, fra le partita IVA
Le criticità della salute mentale fra le  partite Iva dilagano. ma sono  casi di cui,  in Italia,  si parla ancora molto poco.

Ansia, attacchi di panico e paura di restare senza soldi. Ma non solo. “Anche  burnout, dipendenza dal lavoro, sbalzi di umore e insonnia – spiega il sito informazionesenzafilytro.com – “che spesso compromettono la vita privata riducendo i rapporti con gli altri al minimo. Per non parlare del tempo libero, praticamente inesistente perché “si è indietro”, “il cliente ha bisogno di me” e così via, a lavorare in ogni momento e dovunque: sui mezzi pubblici, mentre si è a cena con amici, o addirittura ricoverati in ospedale.

“Sono tanti disturbi mentali di cui si parla ancora troppo poco. Situazioni di disagio, a volte causate dal lavoro stesso, che compromettono tutta l’esistenza. E a questo si aggiunge che per chi è libero professionista le tutele in caso di malattia sono davvero scarse o assenti”.

Uno dei casi raccontati da Informazionesenzafiltro è quello di Jessica, passata dalla bulimia lavorativa al burnout a soli 27 anni.
“Di bulimia lavorativa tramutatasi in burnout ha sofferto anche Jessica, oggi ventinovenne, digital strategist freelance romana – ha raccontato Jessica – ” E questo a causa del rapporto con i soldi: “Sono nata povera, figlia di operai, e ho dovuto lavorare per pagarmi gli studi; avevo un impiego full time e studiavo di notte o la mattina presto. E nonostante questo mi sono laureata prima di quanto avessi pensato”.

“Ho deciso di coniugare il mio interesse per la vendita con il marketing, pensando inizialmente di non poterci vivere. D’altronde ero figlia della narrativa di chi in questo settore viene pagato poco”.

“E invece per lei è tutto il contrario – si legge su infrmazionesenzafiltro – ” guadagna fin da subito fino a che, nel 2019, sviluppa una vera e propria dipendenza dal lavoro: “Mi ero accorta che per me guadagnare con la mia professione non era così difficile, avevo capito come organizzarmi al meglio, e così ho cominciato a prendere clienti su clienti, inebriata dal fatturato, dai soldi, dalla crescita. Quando nasci povera e cominci a vedere 3-4.000 euro netti al mese la vita ti cambia. Io mi svegliavo la mattina, guardavo su LinkedIn e cercavo clienti che, comunque, arrivavano anche da soli. Facevo call su call pensando di avere bisogno di nuove aziende, ma in realtà non era così: rincorrevo qualcosa che non mi serviva sentendo che dovevo alzare l’asticella. Ero convinta che potesse finire da un momento all’altro e mi sembrava impossibile che io, a 27 anni, fossi riuscita a costruirmi una fortuna”.

Jessica lavora dalle 8 del mattino alle 11 di sera, 7 giorni su 7, e arriva addirittura a pensare che stare a casa senza fare nulla voglia dire perdere tempo. “Mi dicevo: perché stare qui a vedere una serie TV quando posso guadagnare 300 euro facendo delle cose?”.

Una dipendenza tale che l’allontana da tutto e tutti: fidanzato, amici, famiglia. “Le persone non mi riconoscevano più, mi dicevano ‘cosa sei diventata?’. Ma io negavo dicendo che non era vero, era solo un momento. In fondo pensavo: se non lo faccio adesso, quando? Ero perfino arrivata a valutare la bravura di un professionista in base a quanto guadagnasse”.

“Ho perso 15 kg e pensavo che mangiare fosse una perdita di tempo”
Fino a che il corpo non le dà i primi segnali: “Ho cominciato a svegliarmi la notte con dei pesi sullo stomaco, mi è sparito il ciclo e sono dimagrita di 15 kg. Non mangiavo, nella mia testa era una perdita di tempo, non bevevo, non parlavo con nessuno. Ho smesso anche di chiamare mia madre. Poi ho iniziato a perdere interesse per il lavoro. Mi sentivo risucchiata, e allora mi sono detta ‘facciamo finta che voglio dire basta’, e così ho iniziato a cercare aiuto, prima su internet, e poi su consiglio del medico di base sono andata in terapia per un anno. Grazie a questo e a un ansiolitico ne sono uscita. Ma soprattutto sono riuscita a riconoscere che avevo un problema: non volevo vivere la mia vita perché non ce l’avevo, volevo guadagnare per riempire degli spazi, pensavo di essere programmata per il dovere. Mi sentivo rifiutata da piccola perché povera e non volevo che fosse ancora così”.

“Ora – ha concluso Jessica – “Non lavoro mai più di otto ore, interrompo qualsiasi cosa stia facendo. Ora riesco a riposarmi anche per due-tre giorni di seguito e ho cominciato ad andare in vacanza. Il burnout mi è servito per capire quali sono i miei limiti e chi sono davvero adesso”.

 

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