
Crans Montana, i Moretti sapevano del rischio di incendio nel locale
L’inchiesta sul tragico rogo del Constellation a Crans-Montana, avvenuto la notte del 1° gennaio e costato la vita a 41 persone oltre al ferimento grave di altri 115, registra una drammatica svolta giudiziaria. Durante l’ultimo interrogatorio, svoltosi in un clima di comprensibile tensione e davanti a circa 70 legali di parte civile, la procuratrice aggiunta del Cantone del Vallese, Catherine Seppey, ha messo a confronto i titolari del locale, Jessica e Jacques Moretti. Gli imprenditori, giunti in aula di prima mattina sotto scorta di polizia per evitare tensioni all’ingresso principale, si sono trovati di fronte a contestazioni pesantissime che rischiano di demolire la loro linea difensiva.
L’elemento centrale dell’accusa è un messaggio vocale inviato su WhatsApp da Jessica Moretti ai propri dipendenti poco prima della notte di San Silvestro. Nel file audio la donna raccomandava testualmente che si facesse attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation. Per la magistratura, questa comunicazione rappresenta la prova inconfutabile che i proprietari fossero pienamente consapevoli dell’estrema pericolosità delle sostanze fonoassorbenti che rivestivano il soffitto del bar, poi andate a fuoco proprio a causa delle fiaccole.
La difesa degli indagati ha cercato di minimizzare la portata del messaggio, sostenendo che si trattasse semplicemente di un modo di dire e che l’intenzione fosse solo quella di evitare deterioramenti alle finiture interne, come pavimenti e divani, e non certo di prevenire una tragedia di tali proporzioni. Questa versione è stata però fermamente respinta dal magistrato, il quale ritiene incompatibile la tesi dell’inconsapevolezza del rischio incendio con il tenore delle comunicazioni intercorse.
La tensione in aula è salita ulteriormente quando Jessica Moretti, formale intestataria del locale e finora indagata per omicidio colposo, lesioni colpose e incendio, ha preso la parola dichiarandosi distrutta e devastata per quelle che ha definito falsità emerse sul proprio conto. A queste dichiarazioni ha replicato con fermezza Laetitia Brodard-Sitre, madre del sedicenne Arthur, una delle giovani vittime della strage, ricordando alla donna che essere distrutti e devastati significa non poter più riabbracciare i propri figli o doverli assistere in un letto d’ospedale.
Oltre al drammatico confronto verbale, l’udienza ha riservato un colpo di scena di natura documentale. Gli inquirenti hanno infatti contestato a Jessica Moretti il reato di falso, legato alla fattura d’acquisto della schiuma isolante risalente al 2015. Il documento da oltre 13mila euro presenterebbe macroscopici errori e caratteri tipografici palesemente differenti, ipotizzando la trasformazione di un semplice preventivo tedesco in una fattura con aliquota Iva francese per rimediare alla mancanza di una pezza giustificativa.
La posizione dei coniugi è aggravata anche da un secondo messaggio, stavolta inviato da Jacques Moretti, in cui si chiedeva conferma del blocco delle uscite di sicurezza del seminterrato, le stesse barriere che hanno intrappolato i ragazzi durante il rogo. L’uomo ha provato a giustificarsi dicendo che la porta veniva spesso lasciata aperta dai dipendenti che alloggiavano sopra il bar, creando disagi al vicinato. Anche sulla porta di servizio del piano superiore, risultata sbarrata nei video della serata, la titolare ha negato di aver dato ordini specifici per impedire ai clienti di uscire senza pagare il biglietto d’ingresso anticipato.
L’andamento dell’udienza e i continui tentativi di discolpa hanno suscitato la dura reazione dell’avvocato ginevrino Romain Jordan, rappresentante di numerose famiglie delle vittime e dello Stato italiano nel processo, il quale ha espresso profonda rabbia per il tempo prezioso che si sta perdendo, chiedendosi dove sia il rispetto per le vittime. Al momento l’inchiesta conta 14 indagati, includendo anche vari funzionari e amministratori comunali.
M.M.