Territorio

06/04/2024

Milano – “Lavoro nero e da fame”, commissariata Armani operations: “Da anni agevola il caporalato”. L’accusa

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Milano – “Lavoro nero e da fame”, commissariata Armani operations: “Da anni agevola il caporalato”. L’accusa

La Procura di Milano ha avviato un’indagine sul sistema di sfruttamento lavorativo diffuso tra le case di moda, focalizzandosi sulla Giorgio Armani operations Spa. Questa società, con oltre 1.200 dipendenti, è coinvolta nella progettazione e produzione di abbigliamento e accessori per il colosso dell’alta moda.

L’indagine ha rivelato un meccanismo di produzione basato sull’impiego di manodopera irregolare, spesso in condizioni degradanti, e su subappalti ad opifici abusivi di titolari cinesi.

Una pratica, agevolata dalla mancanza di controlli effettivi da parte della GA operations, che consentiva la vendita di prodotti a prezzi nettamente inferiori rispetto alla concorrenza, con conseguente danno per il mercato. La società Armani, pur non essendo indagata direttamente, è coinvolta nella vicenda a causa della mancanza di adeguati controlli sulla catena produttiva. Il Tribunale ha deciso di commissariare la società, garantendo però la sua operatività e affidando la gestione a un amministratore giudiziario. Le indagini hanno evidenziato un sistema consolidato di sfruttamento lavorativo, attivo almeno dal 2017, che coinvolge anche altre aziende nel settore della moda. Si prospetta l’avvio di un tavolo con la Prefettura per affrontare le criticità operative nel settore della moda, considerato di particolare rilevanza per l’economia nazionale.

La GA operations ha replicato in una nota che “ha da sempre in atto misure di controllo e di prevenzione atte a minimizzare abusi nella catena di fornitura e “collaborerà con la massima trasparenza con gli organi competenti per chiarire la propria posizione rispetto alla vicenda”.

“La società del gruppo Armani non è indagata – spiega l’Ansa – ” mentre sono accusati di caporalato i quattro titolari “di aziende di diritto o di fatto di origine cinese”. La produzione in quegli opifici nelle province di Milano e Bergamo, come emerge da testimonianze di lavoratori e altri accertamenti come il recupero di un “registro del nero”, era “attiva per oltre 14 ore al giorno, anche festivi”, con lavoratori “sottoposti a ritmi di lavoro massacranti”, con pericoli “per la sicurezza” e paghe “anche di 2-3 euro orarie, tali da essere giudicate sotto minimo etico”, senza ovviamente ferie, malattie, contributi o alcuna tutela”.

 

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