
Draghi: 14 anni fa pronunciò la frase che cambiò la storia europea e salvò l’Euro dal collasso
Sono trascorsi quattordici anni da uno dei discorsi più importanti nella storia dell’Unione europea. Il 26 luglio 2012, Mario Draghi, allora presidente della Banca Centrale Europea, pronunciò una frase destinata a rassicurare i mercati e a segnare una svolta nella crisi dell’euro: «Nell’ambito del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza».
In quel periodo l’Europa stava ancora affrontando le conseguenze della crisi finanziaria globale iniziata nel 2008 con il crollo dei mutui subprime negli Stati Uniti e il fallimento di Lehman Brothers. La sfiducia degli investitori aveva fatto impennare gli spread, con Italia, Spagna e Grecia tra i Paesi più colpiti. In particolare, Atene era vicina al default e cresceva il timore che l’intera area euro potesse disgregarsi.
Le difficoltà delle banche, la stretta sui conti pubblici imposta dalle politiche di austerità e la mancanza di una risposta comune alimentavano ulteriormente l’instabilità. Nei mesi precedenti, la BCE guidata da Jean-Claude Trichet aveva adottato un approccio prudente, arrivando anche ad aumentare i tassi d’interesse durante la crisi.
Con l’insediamento di Draghi, avvenuto nel novembre 2011, la strategia cambiò radicalmente. L’obiettivo divenne interrompere la spirale tra perdita di fiducia, aumento del costo del debito e rischio di insolvenza degli Stati, trasmettendo ai mercati il messaggio che la BCE avrebbe difeso la moneta unica.
Alle dichiarazioni seguirono interventi concreti. Nel 2012 fu introdotto il programma OMT, che consentiva l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà a fronte di specifici impegni economici. Tre anni dopo arrivò il Quantitative Easing, con massicci acquisti di obbligazioni pubbliche e private. Queste misure contribuirono a ridurre gli spread e ad allontanare il rischio di una crisi irreversibile dell’Eurozona. L’esperienza dimostrò quanto la credibilità di una banca centrale possa incidere sulla stabilità dei mercati, pur evidenziando i limiti di una moneta condivisa priva di una piena integrazione politica e fiscale.