Covid – “Si potevano evitare 4 mila morti in Lombardia”: indagati Fontana, Conte e Speranza

02/03/2023

Covid – “Si potevano evitare 4 mila morti in Lombardia”: indagati Fontana, Conte e Speranza

Si è chiusa l’inchiesta sulla mancata zona rossa nel 2020. E sono una ventina le persone sotto accusa

Nrlla sola provincia di Bergamo, tra fine febbraio e la fine di aprile 2020, i decessi complessivi furono 6.200 (le precedenti medie mensili erano di 800 circa).

Ma si potevano risparmiare vite? La  Procura di Bergamo ha chiuso l’inchiesta per 17 indagati con la principale ipotesi di epidemia colposa. Per l’ex premier Giuseppe Conte e l’ex ministro della Salute Roberto Speranza gli atti sono stati diretti a Brescia, al tribunale dei ministri.

“Tra gli indagati- spiega il Corriere della Sera – ” ci sono il presidente della Regione Lombardia appena confermato Attilio Fontana e l’ex assessore al Welfare Giulio Gallera. Lo sono anche il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, l’allora coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito. Anche l’ex capo della Prevenzione del ministero della Salute Claudio D’Amario, l’ex segretario generale Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino. Si è perso tempo e si è sottovalutato il rischio, sono convinti i pm.

“Secondo il loro consulente, Andrea Crisanti – si legge sul quotidiano di via Solferino – ” si sarebbero risparmiati 4.148 morti con una chiusura della Val Seriana dal 27 febbraio, 2.659 dal 3 marzo. Il punto è chi avesse a disposizione i dati. Governo, Regione e tecnici dell’emergenza, ritiene la Procura. Con le proiezioni, Stefano Merler della Fondazione Bruno Kessler di Trento tracciò gli scenari: il peggiore ipotizzava mille casi dopo 38 giorni dal primo positivo ufficiale, ma quel livello di contagio venne superato già il 29 febbraio.

“Il 25 febbraio Merler invia a Brusaferro una nota – sil legge sul Corriere che ricostruisce la vicenza – ” il tempo di raddoppio dell’epidemia è stimato tra i 3,5 e i 6,1 giorni. Nella riunione del 26 febbraio del Cts, però, non si ritiene di estendere le restrizioni del Lodigiano a nuove zone. In quella del 28, vengono proposte misure secondo un principio di proporzionalità ed adeguatezza. Merler scrive anche alla Regione, una mail «confidenziale» il 28 febbraio. Indica l’R0, l’indice di trasmissione del virus: a Bergamo è 1.80, a Codogno 1.84, in Lombardia 2.1. Solo sotto l’1 era gestibile. Quello stesso giorno, due ore prima, Fontana scrive una mail con cui chiede al ministero e alla Protezione civile «il sostanziale mantenimento» delle misure in corso per la settimana dal 2 all’8 marzo. Eppure, negli allegati, la stessa nota riporta l’R0 di 2. Ogni paziente infetto trasmetteva il virus ad altre due persone. Di chiudere la Val Seriana o un’area più estesa si parlò il 3 marzo in un verbale del Cts, secondo gli appunti di Miozzo già il giorno prima. Brusaferro riferì di numeri «preoccupanti» e suggerì che erano necessarie misure di limitazione in ingresso e in uscita.

“Il 5 marzo – conclude il Corriere – ” Speranza firmò un decreto per chiudere la Val Seriana, ma non il premier (firma che non fu necessaria per blindare Codogno). Il 6 marzo, negli hotel della Bassa Bergamasca arrivarono rinforzi di polizia e carabinieri. Erano pronti, tornarono indietro. Non c’è solo la mancata zona rossa, nell’inchiesta. Pesano anche il mancato aggiornamento e la mancata applicazione del piano pandemico del 2006. Questo, nonostante le raccomandazioni dell’Oms. Sull’ospedale di Alzano, per cui è indagato il direttore generale dell’Asst Bergamo Est Francesco Locati, è stata ridimensionata la portata della riapertura del Pronto soccorso, poche ore dopo la scoperta del primo caso. Tra degenti e personale, erano già 96 gli infetti: la lente è sull’ospedale e la misure non adottate da lì in poi. Tra gli indagati, anche il direttore generale dell’Ats Bergamo, Massimo Giupponi: il discorso, nel suo caso, riguarda la sorveglianza attiva e il contagio sul territorio”.

 

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