La grande fuga dal lavoro in Italia – Perché sempre più persone decidono di dimettersi? L’analisi

27/02/2023

La grande fuga dal lavoro in Italia – Perché sempre più persone  decidono di dimettersi?

Le ‘grandi dimissioni’ in Italia sono un fenomeno sempre più preoccupante. E sono soltanto il sintomo di un disagio ben più profondo. I numeri di coloro che lasciano il posto fisso sono sempre più alti si parla solo di un milione e mezzo di posti di lavoro lasciati nell’ultimo anno.

Sul fenomeno, sempre più vasto, è interessante l’analisi di Mariano Corso su lincmagazine.it.

Mariano Corso è professore di ‘Leadership and Innovation al Politecnico di Milano. E spiega:

“Sempre più lavoratori decidono di dimettersi. Un fenomeno globale che riguarda anche il nostro Paese, i cui numeri sono significativi proprio perché si verificano nonostante l’alto tasso di disoccupazione, nonostante la rigidità del mercato del lavoro, nonostante il mismatch di competenze e professionalità che rende fragile l’impiegabilità di gran parte dei lavoratori, e nonostante la scarsa propensione alla mobilità degli italiani – cosi scrive Corso, che aggiunge – “Le dimissioni nel nostro Paese sono preoccupanti proprio perché sono solo la punta dell’iceberg, il sintomo di un disagio ben più profondo. A dare le dimissioni da noi sono coloro che non ne possono proprio più, o che hanno in mano valide alternative, ma sono molti di più coloro che vorrebbero lasciare il lavoro e, proprio per le sopra citate rigidità, restano, senza entusiasmo né motivazione. Sono persone che per necessità “vanno al lavoro”, un lavoro che sentono però non rappresentarli più. È il fenomeno del cosiddetto quiet quitting, l’abbandono silenzioso: deluse dal loro lavoro e spesso frustrate dalla difficoltà a cambiarlo, le persone restano ma si spengono; sono disposte a svolgere solo lo stretto indispensabile, rifiutando di assumersi ulteriori oneri e responsabilità e, soprattutto, di mettersi in gioco per il cambiamento”.

“L’aumento delle dimissioni, quindi – aggiunge Corso – “al di là di essere costoso in sé, va visto come un potente campanello di allarme, il segnale della necessità di un cambio di paradigma nei modelli organizzativi, nelle relazioni industriali, nel significato stesso del rapporto tra individui e organizzazioni.

“Anche la sperimentazione di nuove modalità di lavoro rischia, se non condotta con coerenza e visione, di contribuire a generare questa necessità di cambiamento: obbligati dalla pandemia a lavorare da remoto molti lavoratori hanno sperimentato una versione, sebbene forzata ed emergenziale, di smart working che ha aperto loro gli occhi. Hanno scoperto che molte delle routine a cui da sempre si sottoponevano, convinti che fossero l’unico modo di “essere al lavoro”, non avevano in realtà senso. Hanno scoperto che le code nel traffico, le lunghe riunioni in presenza, le estenuanti trasferte, gli orari cadenzati, gli uffici rumorosi, le liturgie del controllo e della gerarchia, sono spesso convenzioni o strumenti di mantenimento di privilegi, ma non generano davvero valore. Hanno scoperto che un modo diverso e più intelligente, sostenibile di fare le cose c’è, ed è spesso sorprendentemente efficace. Sebbene, imperfetta e forzata, anche questa forma di smart working ha portato le persone a pensare, a chiedersi perché. C’è un modo più intelligente di svolgere le mie attività? C’è un luogo o un orario più appropriato che mi consente di generare più valore e stare meglio?“

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